Molte volte sento dire da varie tipologie di persone che gravitano nel mondo del volley, come genitori e dirigenti frasi tipo: “si vede che hanno un buon allenatore, si muovono tutte uguali”. Anche gli allenatori a volte sembrano avvalorare la bontà di questa idea tentando di rendere gli atleti dei piccoli robot che eseguono i gesti tecnici nella stessa identica maniera, e si vantano quando ci riescono.
Il pensiero che “produrre” (anche su questa parola produrre ci sarebbe parecchio da dire) giocatori o giocatrici tutti uguali sia un indice di qualità del lavoro, rimane ancora molto diffuso.
Questo tipo di ragionamento denota una non conoscenza delle dinamiche dell’apprendimento e dei problemi relativi al controllo motorio.
Essendo infatti tutte le persone diverse, con diversi rapporti antropometrici, diversa struttura articolare, diversa forza relativa alle varie articolazioni, infine diversa storia di apprendimento è realmente difficile che le soluzioni motorie che ogni specifico compito tecnico richiede vengano risolte nello stesso modo. Nello svolgimento di qualsiasi tecnica gli angoli relativi di ogni articolazione saranno subordinati alla forza relativa delle stesse, e le inerzie e i momenti di forza sviluppati saranno proporzionali oltre che alla stessa forza relativa anche ai parametri antropometrici. E la storia sportiva o comunque di apprendimento motorio di ogni essere umano porta con sé tendenze che non possono non ripercuotersi su tutti gli apprendimenti successivi.
Ricerche hanno confermato che è molto difficile identificare dei pattern di movimento comuni per un certo compito1, e che persino in sport in cui la tecnica sembra estremamente peculiare e standardizzata come il tiro a a segno atleti di livello presentano grandi variazioni nel movimento sia a livello inter-individuale che intra-individuale2.
Quindi davvero dobbiamo porre attenzione ai singoli aspetti tecnici secondo dei modelli predefiniti?
Quali altre strade si presentano? Già il grande Bernstein aveva posto il problema del grandissimo numero di possibilità di risolvere un compito motorio. Una volta capito che non può essere l’esasperazione dello sviluppo della tecnica stereotipata la soluzione, nei prossimi articoli esamineremo un altŕo modello di insegnamento/apprendimento che può aprire a nuove soluzioni della questione.
1. Brisson, Therese A., e Claude Alain. «Should Common Optimal Movement Patterns Be Identified as the Criterion to Be Achieved?» Journal of Motor Behavior 28, n. 3 (settembre 1996): 211–23. https://doi.org/10.1080/00222895.1996.9941746. 2. Ball, Kevin, Russell Best, e Tim Wrigley. «Body Sway, Aim Point Fluctuation and Performance in Rifle Shooters: Inter- and Intra-Individual Analysis». Journal of Sports Sciences 21, n. 7 (gennaio 2003): 559–66. https://doi.org/10.1080/0264041031000101881. Tags: Metodologia, Pedagogia non lineare, Tecnica